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Il Rap: arte o mera espressione? Quale il suo significato sociale? Regola o eccezione?

Ospitiamo le riflessioni del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia, Editorialista delle testate giornalistiche dell'Osservatorio Metropolitano di Milano



Il rap non è solo un genere musicale; è una forma espressiva, che deriva da una potente esigenza di denuncia e di ribellione contro realtà di disagio, violenza e soprusi. La necessità di comunicare e di condividere la protesta nei confronti delle predette realtà si manifesta in un linguaggio informale, una conversazione ritmata, di impatto immediato. Il termine “rap” deriva infatti dall’acronimo di “rhytm and poetry”, che ben esprime l’obiettivo e la natura stessa di questo genere.

La necessità di comunicare quello che ci disturba, che contestiamo, ha dato dimensione ad un nuovo modo di fare musica. In questa modalità espressiva tanti, soprattutto giovani, si sono da subito riconosciuti.


La forza del rap sta dunque nella capacità di parlare la lingua delle nuove generazioni e di toccare tasti per loro sensibili. I messaggi comunicativi “forti”, cantati, o meglio, rappati, costituiscono espressione di una sofferenza interiore verso una società incapace di ascoltare, basata sul profitto, sul rendimento, su prestazioni sempre eccellenti, in una parola, una società alienante (cfr, per un approfondimento del tema dell’alienazione, Hegel, e, sul piano strettamente economico e sociale, Marx e Mancuse). Poichè l’uomo contemporaneo non è più capace di comunicare, occorre allora ripensare a una forma di linguaggio (Wittegstein).


Quella rap può allora essere vista proprio in questi termini: una nuova forma di linguaggio. Noi però, quali membri della società civile, non possiamo rimanere indifferenti a questo malessere esistenziale, che la musica rap denuncia. Dobbiamo invece indagare sulle origini eziologiche di tale malessere, da rinvenirsi in primo luogo nell’ansia e nella preoccupazione per il futuro (non a caso questo movimento musicale nasce sul crinale degli anni della grave crisi economica del 2008 prima, della pandemia di Covid-19, delle recenti guerre, e di tutte le correlate conseguenze negative di tali eventi, come l’estrema difficoltà dei giovani di trovare un lavoro adeguatamente retribuito).


Il fenomeno sociale, ormai di estese dimensioni, non può certo essere ignorato, e sarebbe parziale e inadeguato qualsivoglia approccio ermeneutico che lo ignorasse. In fondo, se viviamo in una società lacerata nei rapporti sociali e, sotto molteplici aspetti, così malsana e portata all’eccesso, la causa deve essere rinvenuta nell’artefice, nell’autore, ossia nelle nostre condotte.


Poichè infatti nulla si causa da sé, e ferma la regola della causalità umana, dobbiamo allora, con severità, farci giudici di noi stessi e chiederci se vogliamo rimanere indifferenti, considerando lo status quo quale immanente e immutabile, o se, invece, vogliamo cambiare le cose, fermo che, se si crede che nulla cambierà, nulla cambierà per davvero (Falcone). 


Alcuni rapper, come l’autore della canzone che ha ottenuto il secondo premio al festival di Sanremo e non pochi altri esempi, peraltro, sembrano discostarsi dal trattare temi squisitamente afferenti a disagi che caratterizzano, purtroppo, la nostra società. Allora la musica rap è sì un canto di sofferenza, un canto contro le ingiustizie sociali, ma è anche qualcosa di più, un qualcosa che può diventare anche uno spunto per un concreto miglioramento collettivo, un momento di riflessione per una svolta, a partire dalla consapevolezza di ciò che i giovani, con i loro messaggi, ci vogliono trasmettere. Si deve allora riflettere con particolare attenzione su quale tipo di società sia quella attuale, verso dove stiamo andando e se sia questo il senso che vogliamo imprimere al nostro vivere e a quello della collettività. Così, nella “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo, quando si dice che Zeno non vive, bensì si vede vivere, viene designato già nel '900 l'antesignano di quel malessere, individuale ma anche collettivo, a un tempo psicologico e sociale, che finirà per acutizzarsi nel secolo successivo.


Il tema della frustrazione, dello stress, dell’eccesso come valvola di sfogo, ma anche come forma di dipendenza e contrazione della libertà decisionale effettiva, si unisce allora a quello dell’alienazione (su cui già v., tra i più noti, Hegel, in generale, Marx e Mancuse, con riferimento all’alienazione economica). A livello psicologico e psicanalitico, l’alienazione rappresenta un vero e proprio dramma, traducendosi in una scissione mentale e spirituale tra l’”io” come sono e l’”l’io come appaio, tra l’”io” come piaccio a me e l’”io” come vengo giudicato dagli altri, tra, in sostanza, la prospettazione interiore e quella esteriore dell’”io”. Noi però siamo esseri unitari, siamo, appunto (e senza tautologia alcuna) “noi”.


L’individuo, insomma, non può essere “spacchettato” o “frammentato”. Tale pericolo di spacchettamento e frammentazione è implicito tuttavia nell’alienazione che caratterizza la società contemporanea e tale malessere, tale lacerazione interiore, viene fatto oggetto di canto da parte dei rapper.


Il sopracitato caso però di canzoni rap dal tono positivo, deve però fare un attimo rasserenare. Tale riespansione della positività deve essere salutata con favore, poiché la vita è per definizione bella e “dono”, dono non certo scontato, che giammai la frustrazione, lo stress e il pericolo dell’eccesso devono adombrare o comprimere. Ecco allora che, come il raggio di sole dopo un turbolento temporale, è bello pensare che dalla sofferenza cantata da questi autori possa nascere un fiore, un fiore simbolo della speranza e del desiderio di pace e giustizia, sentimenti che sempre devono inverare i rapporti sociali.

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